PRIDE AND GLORY – IL PREZZO DELL’ONORE – VITE DA GANGSTER

Pride and gloryAttori al massimo e una fotografia di adrenalinica atleticità per un noir che non dispiacerebbe a Cimino

Che succede quando un poliziotto sospetta che il fratello poliziotto, e il cognato poliziotto, siano complici di brutali spacciatori? Che succede se il padre, poliziotto, prima gli dice di scoprire le mele marce e poi lo scongiura di non farlo? Dal massacro di quattro agenti su cui indaga un Edward Norton autunnale e melanconico, parte un minaccioso noir che alterna riti domestici di una intera tribù in divisa completa di mogli e nipotini, a cacce metropolitane che culminano in momenti di tensione quasi insostenibile (come quando Colin Farrell agita un ferro da stiro su un neonato per strappare cruciali informazioni ai genitori). Fotografato con adrenalinico atletismo da Declan Quinn (lo stesso di Rachel Getting Married), recitato con assoli di brutalità e disperazione, orgoglio e amarezza, da una pattuglia di eccellenti protagonisti e comprimari (non solo l’infallibile Norton, anche Farrell, John Voight e Noah Emmerich contribuiscono ad armi pari alla palpitante drammaturgia), questo poliziesco – raramente film ebbe più titoli per esserlo – soprattutto nella prima ora, miscela violenza e sentimenti con una determinazione che ricorda quella di certi film di Cimino

Mario Sesti da FilmTv

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VALZER CON BASHIR – INDELEBILI

Valzer con BashirUna delle sorprese di Cannes 2008 si trasforma in queste ore in un monito contro la guerra a Gaza

Presentato in concorso a Cannes, il film di Ari Folman, al di là del notevole esito formale, pone un forte problema etico. È corretto assolutizzare (processo inevitabile quando si sceglie la parte per il tutto) l’orrore dei massacri dei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila compiuti dai falangisti libanesi il 16 settembre del 1982 con il benestare di Ariel Sharon e Rafael Eitan evitando di contestualizzarlo con quanto accade oggi, adesso mentre scrivo, mentre leggete, nei territori occupati? Ari Folman all’epoca dell’invasione israeliana del Libano, appoggiata dagli Usa con una serie di veti alle Nazioni Unite, era diciannovenne. Più di vent’anni dopo, perseguitato da incubi, s’accorge di non ricordare nulla della sua esperienza militare. Mettendosi alla ricerca di ex commilitoni, scopre la raccapricciante realtà dell’eccidio che affiora attraverso autentiche immagini dei sopravvissuti qualche attimo prima che lo schermo s’oscuri. Il documentario animato di Folman (una quasi contraddizione in termini), premiato in patria come miglior film dell’anno, è una combinazione di diverse tecniche d’animazione che (ri)apre una ferita nella coscienza civile di Israele e non solo ma rischia di ragionare al passato nonostante ambisca essere un monito. Infatti, mentre Avi Mograbi con il suo sofferto Z32 tenta di mettere in scena le contraddizioni di come si possa (continuare a) convivere con gente trasformata in assassini dalla ragion di stato, Folman si proietta in una dimensione che solo a fatica si apre al trauma della storia. O forse Folman, marxianamente, esemplifica cosa ci accade come popolo quando dimentichiamo. Inevitabilmente il miglior modo per onorare i morti di ieri è di stare dalla parte dei vivi di oggi. Come fanno i militanti di B’Tselem i quali hanno fornito videocamere alla gente che vive nella West Bank e a Gaza insegnando loro come si usano per documentare con le proprie mani le violazioni dei diritti umani di cui sono vittime. Filmare oggi per non dimenticare domani.

Giona A. Nazzaro da FilmTv

VUOTI A RENDERE – GLI ANNI IN TASCA

Vuoti a rendereSono la coppia meno edipica del cinema mondiale. Eppure sono padre e figlio. Zdenek scrive e interpreta. Jan dirige. Attenzione: il regista è il figlio, di solito accade il contrario. E questo già dice la tenera eccentricità di Vuoti a rendere, terzo capitolo di una trilogia resa celebre da Kolya (Oscar ’96). L’ambientazione è particolare (la Praga neocapitalista di oggi). Il tema universale: la vecchiaia. Meglio: l’invecchiare insieme. Joseph infatti ha una moglie ma cerca, come dire?, di non pensarci troppo. Spiritoso e vitale com’è, farebbe di tutto per non annoiarsi. Dunque cambia lavoro più volte (insegnante, pony express, magazziniere…). Sogna a occhi aperti. Si concede complicate fantasie erotiche (se sono solo fantasie). Insomma partecipa divertito allo spettacolo del mondo cercando di non essere mai troppo vicino né troppo lontano. Nel frattempo accasa un coetaneo bisbetico, “piazza” la figlia abbandonata a un collega ignaro, scopre di poter provare, oltre che ispirare, gelosia. Il tutto raccontato con un tocco lieve e scanzonato come lo sbuffo d’aria calda che porta in alto la mongolfiera nel gran finale. Troppo in alto o troppo in basso? Troppo pericoloso o non abbastanza? Poco importa in fondo. L’essenziale è continuare a volare.

Fabio Ferzetti da Il messaggero

TWO LOVERS – GLI INDELEBILI

Il declinarsi del noir verso il melò mantenendone l’atmosfere cuoer ed opprimenti. Un film spiazzante, raffinato, dolente. Sicuramente nella top ten della stagione. Una rarità.

two lovers

Uno dei più bei film della stagione e anche uno dei più invisibili e poco celebrati! James Gray è sicuramente uno dei nomi più importanti del panorama noir statunitense, erede di una tradizione di grandi polizieschi che hanno segnato il cinema made in Usa. Ci ha abituati a far trascorrere anni tra un film e l’altro ma ora ci spiazza con l’usicta a solo un anno di distanza dal grande I padroni della notte, di un nuovo lavoro. E per di più un melò. La storia è abbastanza semplice: un triangolo amoroso. L’eccezionalità è data dallo sguardo lucidamente crudele che Gray usa per metterla in scena. Toni gelidi, atmosfere urbane e torbide che sono declinate direttamente dall’immaginario noir. Un film profondamente unrabno e veramente “nero”. Un costante senso di ineluttabilità regna sui personaggi immersi in una città fredda che riflette in modo algido e crepuscolare le vite disperse dei tre protagonisti. La plumbea fotografia fa si che lo spettatore si senta schiacciato, oppresso dalle vicende, pronto a trovare la tragedia ad ogni angolo della strada. Anche i personaggi sono figli bastardi del melò e del noir. Leonard ( un grande Joaquin Phoenix) cerca di riprendersi da una grave depressione che lo spinge verso il suicidio. Chiuso in un ambiente stretto e opprimente, soffocato da una famiglia ebraica “mammona” e ligia alle tradizioni, Leonard cerca uno squarcio nella fotografia e nel cinema. Il complicato incontro con due donne getterà ancora ombre sulla sua vita. Da una parte c’è la femme fatele ( “tradizionalmente” bionda ) che sembra dargli nuova linfa, dall’altra la dolce donna che rappresenta la strada per la sicurezza e forse l’equilibrio. Ma il dolore è alla porta e non esita a sfondarla. Un film solido, con personaggi molto ben tratteggiati, silenzi pieni e pregnanti, attori in stato di grazia, molti rimandi ai grandi maesti  ( da Hitchock a Truffaut)  e uno sguardo clinico sull’opprimente società borghese americana. Si arriva alla fine del film consci di cosa sia la malattia del vivere e che ormai si è allo stadio terminale.  Un quieto, disperato lieto fine.

THE MILLIONAIRE – SOPRATTUTTO D’ESTATE

slumdog millionaireM.i.a. e A.R. Rahman sono i nomi da cui partire per parlare del film di Boyle. Sono loro, soprattutto il secondo, gli artefici della micidaile colonna sonora, ma anche vertebrale, del film. Una musica che frulla in un mix-up tradizione e slancio electro-dance per creare la giusta mistura tra passato e presente, tra oriente ed occidente. Tutto nel film è musicale. Una volta innescata la miccia non ci si può fermare. Montaggio sincopato, colori da videoclip Punjabi, il tutto a servizio di una favola contemporanea che si dipana a partire dalle domande del format Chi vuole essere milionario. Un’india contemporanea lontana da quella di Salgari ma anche da quella dei recenti e tragici fatti Tamil, un’India tesa al futuro in cui il protagonista ricrea la sua fortuna a partire da un gioco a premie la televisione diventa motore sociale, un’India un po’ turistica e molto americana. Qui Boyle si dimostra grande e si merita tutti i premi e tutto il successo che ha avuto. Nel costruire una macchine perfetta di consenso che sappia intrattenere, commuovere e divertire. Una regia spumeggiante che lascia col fiato sospeso e un sotteso senso esotico ti prendono per mano in questa sarabanda di colori che sprizzano ottimismo nonostante si esca da un letterale tuffo nelle merda. Una serie di  terribili villain che sembrano usciti per metà da antiche storie indiane e per metà da un gangester movie di Scorese. Ma è questa la nuova India. Un paese in via di sviluppo con un’economia in crescita e una tensione verso l’occidentalizzazione. Boyle è bravissimo a essere leggero e musicale nel raccontarci tutto questo, mitiga il drammatico e danza dopo che le avversità sono state risolte. In questo modo gli Indiani hanno speranza. Ne esce un gran film d’intrattenimento che sa cosa vuole ottenere e dove vuole arrivare centrando tutti gli obbiettivi. Un plauso.

EMBER – IL MISTERO DELLA CITTA’ DI LUCE – BAMBINI AL CINEMA

EmberUna struttura fiabesca realizzata con garbo e avvolta in un luogo originale e meraviglioso. Produce Tom Hanks

Tratto dall’omonimo romanzo di Jeanne DuPrau, Ember. Il mistero della città di luce è l’esordio nel lungometraggio live action di Gil Kenan, già regista del cartoon Monster House. Come quella produzione di Zemeckis e Spielberg anche questa pellicola, della Playtone di Tom Hanks, è un’avventura per ragazzi, con mappe misteriose, enigmi, vasti sotteranei e un sano sense of wonder (anche a costo di soluzioni improbabili). Protagonisti sono due ragazzi, Doon e Lina, che hanno appena raggiunto l’età per lavorare nella città sotterranea di Ember, dove si sono rifugiati dall’apocalisse oltre duecento anni prima gli ultimi esseri umani. Se gli adulti sono persi in giochi di potere e avidità, schiacciati dalla disillusione o inebriati da fantasie mistiche, non resta ai due giovani che cercare una via di fuga dalla città, il cui generatore di energia si sta disfacendo. Intorno a loro sono piacevoli accessori Murray, Robbins, Landau, Jones e la Jean-Baptiste, mentre la parte del leone spetta alla città stessa, dalle scenografie varie, molto vaste e dal gusto quasi steampunk, con tubature, lampadine e lerciume ovunque. Certo si tratta della più classica delle strutture fiabesche, ma realizzata con garbo e ambientata in luogo originale e meraviglioso.
Andrea Forsasiero da FilmTv

GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA – ARRIVANO I NOSTRI!

gli-amici-del-bar-margherita02Per una volta mi azzardo a raccontare il punto d’ arrivo di Gli amici del bar Margherita di Pupi Avati, anche se vi lascio il piacere di scoprire da soli i finali delle storie che si snodano in questo film apparentemente senza trama. Parliamo del contenitore, dell’ ostinato tentativo di Pierpaolo Zizzi che vuol farsi accogliere nel clan. Svelto e simpatico, ma anche un po’ canaglia come confessa di essere stato alla sua età l’ autore, il giovinetto ce la fa ed è pronto a figurare nella rituale foto di gruppo dei clienti del bar. Ma al momento dello scatto si mette invece accanto al fotografo e risponde all’ appello dei compagni dicendo: «E’ più bello da qui». Se ci fosse un premio per la più significativa battuta del cinema italiano d’ oggi non si potrebbe scegliere meglio. Si tratta della sintesi, intensa e poetica, di un atteggiamento che sposa il culto delle memorie alla tenerezza e al pragmatismo; e comporta una distanziazione che autorizza perfino qualche sfumatura di crudeltà. Sulle prime, è vero, il film sembra cercarsi nei frammenti, negli appunti, nelle cose viste. Non a caso vi figura un tipetto con la cinepresa che coglie al volo atteggiamenti, abitudini, tic della ganga. Poi, al punto giusto, maturano i racconti. Una passione senile di nonno Gianni Cavina per la maestra di pianoforte Luisa Ranieri, pazzie varie dell’ erotomane Luigi Lo Cascio piazzista di macchine rubate, il sogno dell’ aspirante cantautore Fabio De Luigi di approdare a Sanremo, il progetto matrimoniale del timido Neri Marcoré sconvolto dall’ innamoramento per l’ entraineuse Laura Chiatti… Ma a cercare, fra spunti e accenni, si pesca dell’ altro al seguito dell’ autorevole capotribù e «stecca» infallibile Diego Abatantuono, o della madre vedova Katia Ricciarelli, o magari di qualcun altro che transitando rapido lascia il segno tra bravate e scherzacci. Ogni volta alla vigilia di un nuovo film di Avati gli fa da battistrada il romanzo (Mondadori) in cui lo stesso autore l’ ha accuratamente premeditato. Leggerlo o vedere prima il film? Comunque si decida, una cosa non sostituisce l’ altra. Piuttosto c’ è da chiedersi come mai i critici letterari, potendo godere della priorità, non prendano nella giusta considerazione queste pagine. Che vivono di vita propria; e presentano un regista il quale (rara avis in una categoria che allo scrivere preferisce far scrivere) sa cos’ è un romanzo. Ricco di invenzioni, personaggi e storie di vita, Avati sembra a volta l’ emulo del compianto Piero Chiara, cioè il narratore nato che fra ricordi e invenzioni scorre beato come un rubinetto aperto. Ho lavorato con Chiara, conosco Pupi e posso assicurare che si assomigliano; ma sono tuttavia molto diversi e non si possono confondere. Ho frequentato molto Fellini e di nuovo posso garantire che le affinità elettive con Avati ci sono e come. Non a caso qualcuno, per il momento scherzando, lo ha battezzato Federico Secondo. E sarà fatale che la critica accosti la felsinea via Saragozza alla Rimini dei Vitelloni (tutte e due reinventate altrove, Bologna addirittura a Cuneo). Ma le differenze si avvertono. Fellini se ne andò dalla città nativa prima di potersi unire ai vitelloni, tutti più grandi e adusi a far parte per se stessi; Pupi si imbrancò invece nella cerchia che rievoca, pur considerandosi il testimone «fuori dalla foto». E poi il film riminese è metastorico, si svolge in un tempo non identificato o addirittura al presente, mentre Gli amici del bar Margherita è agganciato a una data precisa, il 1954. Chi c’ era la riconoscerà, chi è venuto dopo visiterà un periodo della nostra storia in cui si era passati dalla miserie del dopoguerra all’ alba della dolce vita. Aleggia, fra quel bancone del bar e il biliardo, anche un non so che di Proust.

Tullio Kezich da Il Corriere della Sera