Cuori di Alain Resnais

“Un film sulle seghe dei vecchi”, citazione di cui non riferisco l’autore.

P.S.: il film è meraviglioso

– Visionario – Updato il post con una lunga recensione tradotta (da Fabian Ros) dai Cahiers du Cinema:

La profonda emozione che suscita il nuovo film di Alain Resnais è forse dovuta ai numerosi titoli che si sono susseguiti: adattato dall’opera teatrale Private Fears in Public Places di Alan Ayckburn, per diverso tempo intitolato Petites peurs partagées, il film alla fine è stato intitolato semplicemente Coeurs. Scelta strabiliante quella di allontanarsi a poco a poco dall’originale per tuffarsi nell’essenziale. I personaggi sono ridotti a dei cuori che battono o che non battono più. Questa semplicità aumenta le piccole paure o utilizza una pungente ironia per un disvelamento tanto più crudo nel passare da un titolo all’altro, si è persa per strada l’idea della condivisione.

Dal momento che il dialogo (un duo, niente di più) è il motore del teatro di Resnais, i cuori di questo nuovo maneggio sembrano muoversi a coppie. Laura Morante e Lambert Wilson cercano un appartamento, ma hanno perso ogni entusiasmo perchè la loro storia sta finendo; André Dussolier vive la sua vita da scapolo con sua sorella minore (Isabelle Carré) che gli fa da madre; Pierre Arditi veglia sul suo (a dir poco) scontroso padre che non finisce più di morire. Tre coppie domestiche che non riescono ad accordarsi, dove ognuno si carica dell’altro come di una croce, fino a cedere. Arditi si prende cura di suo padre, quando non ce la fa più, un’infermiera stoica (Sabine Azéma) prende il suo posto; Laura Morante si prende cura del suo amante alcolizzato, quando se ne va, Arditi, geniale nelle vesti del barman ha il merito di prendere il suo posto, suo malgrado. Tutte queste coppie domestiche, per metà SM, non fanno null’altro che farsi del male. Nessun futuro su questo piano.

Logicamente, il rimescolamento dovrebbe provocare degli incontri. Ma tutti si incrociano senza toccarsi, la macchina è inceppata. Una bigotta (Azéma) che non vediamo mai a casa sua se non su delle strane cassette, penetra in solitario nella vita dei due scapoli, Dussolier e Arditi. Solo che, questa tentatrice non ha progetti in testa; per lei come per loro il tempo degli incontri amorosi è finito. Arditi vive con i morti, Dussolier preferisce giocare con le fantasie guardando le cassette che lei gli fornisce. In quanto alla più giovane (non più giovanissima) Isabelle Carré, questa sogna il principe azzurro per poi scappare di fronte al primo ostacolo. Lo scapolo e la zitella? La sartina e il militare (Wilson)? Sarebbe troppo facile. Non c’è nessun incontro, perchè non c’è più un’oncia di desiderio. Fantasie e stanchezza rimuovono il desiderio, in nessun momento i cuori riuniti battono all’unisono.

Ci ritorna spesso in mente On connaît la chanson (se non altro per Dussolier nelle vesti dell’agente immobiliare), grande film sulle cose che si trascinano e sulla necessità di imparare a concludere (un amore, una tesi, una depressione). La questione qui non è più nemmeno come concludere? ma come iniziare?, tanto la solitudine pesa e allontana definitivamente gli uni dagli altri. I cuori non hanno più voglia di cantare, nemmeno per lamentarsi, nemmeno per piagere. Non si metteno insieme come nell’operetta Pas sur la bouche o come nei preparativi dell’inaugurazione di On connaît la chanson, degni di quelli di West Side Story: “We gonna make it tonight!” Coeurs non è un film corale, non vi è traccia qui di quell’ottimismo collettivo che supporta la miseria di tutti, non vi è nostalgia felice.

Eppure, stranamente, il film canta. E’ un lamento quello che sentiamo, fin dalle prime immagini. La neve che fuori cade senza sosta, che cade in sintonia con la musica. La musica di Mark Snow, nome indovinato, ampia, semplice, che ti entra in testa che copre in modo continuo la disgregazione di un lamento. E’ come se le meduse che vediamo in sovraimpressione alla fine di On connaît la chanson depositassero, fin dall’inizio, la loro bava lattigginosa. In L’Amour à mort, delle inquadrature innevate misteriose interrompevano il racconto sulla musica dissonante di Hans Werner Henze. Nessun enigma modernista in questo caso, il lirismo segue le anime in pena senza ritegno. Certe tirate sembrano esse stesse delle deplorazioni. Quando Laura Morante dice a Lambert Wilson, qualcosa come: “Prima, al solo sapere che ti avrei visto, il cuore mi saltava in petto, cantava; ora si rimpicciolisce“, dopo tutto canta. Quando Arditi confida ad Azéma la storia dei suoi genitori senza concludere una sola delle sue frasi perchè non ha la forza di parlare, canta ancora. La precisione del testo e del fraseggio, la tessitura delle voci di Dussolier e Arditi, che concatenano le parole come si ingoierebbe una collana di perle, dimostrano che, anche sottotono, il canto rimane il punto nodale dei recenti film di Resnais.

Quindi, sì, si tratta proprio di una commedia. La leggerezza e l’eleganza riescono a coprire ciò che c’è di sordido. Ma si ride in modo forzato, tanto certe barzellette sono volutamente forzate: Dussolier sottolinea una battuta salace tenendo la bocca aperta; Lambert Wilson, d’un tratto eccitato proprio quando sta rompendo, ci prova un’ultima volta con la sua amante. Il sesso è triste, e la sregolatezza corporea assilla il fuori campo: i personaggi non fanno altro che uscire dalle toilettes, la televisione trasmette programmi sulla prostata. La trivialità vira il più delle volte nel grottesco. Il padre ammalato, soprattutto, di cui sentiamo solo la voce (Claude Rich), insulta con cattiveria, tratta la sua infermiera di cagna, di scimmia, di aringa, le getta in faccia il piatto di minestra; davanti a lui, Azéma si agita con i suoi capelli rossi da strega scapigliata: la relazione tra l’infermiera sexy e l’odioso vecchio turba, tanto più che l’attrice ha condiviso la sua vita con il cineasta.

Tutti i personaggi hanno la loro parte di vigliaccheria, si relazionano con la paura come relazionerebbero con il diavolo. Ci vivono dentro, con il cuore pieno di rancori. Si sente questo peso massiccio dei padri, il ritratto dell’antenato che si guarda di soppiatto, il padre militare che butta suo figlio fuori dalla porta, e poi, Arditi con sulle braccia il padre ammalato, che non riesce a farlo tacere nè a chiudere la porta della sua camera, che rimane ostinatamente aperta. Dussolier e sua sorella si nutrono di fantasie ingenue e colpevoli: lei trascorre le sue serate ad attendere l’anima gemella con un fiore all’occhiello; lui guarda le cassette porno della sua collega d’ufficio. “Ma è patetico!“, riassume la sorellina sconsolata. Se alla fine ci si ritrova, è nel comune fallimento, fratello e sorella sullo stesso divano, tagliati da ogni legame sociale, a cui non rimane altro che giocare ai cavallini.

Nondimeno un corpo estraneo incarna il coraggio: Laura Morante, italiana, nuova nella Commedia Resnais, che si stacca come un corpo degno, più diritto degli altri. E’ lei ad avere la prima parola del film: “Piccolo!, per considerare l’appartamento che sta visitando, a meno che non stia già parlando del suo cuore che si restringe. Con la sua pelliccia sembra Anna Karenina, una romantica del Sud persa nelle steppe del Nord; gli occhi da lupa, lo sguardo vivo sempre in allerta, oppone il suo coraggio all’infingardaggine di Wilson, grande molliccio che osa sussurrarle delle battutte vicine all’orrore: “Sei proprio un’adorabile piccola cosa.”.

Ma non è sufficiante inquadrare il teatro dei cuori. Bisognerebbe evocare l’aspetto “Dentro Parigi”, il quadro preciso della Parigi contemporanea. A partire dal primo piano della Tour Eiffel immersa tra le nuvole come in una palla piena di neve per arrivare all’ampia carrellata verso un plastico della Grande Bibliothèque, la Parigi degli artifizi presto lascia il posto al teatro delle marionette. Eppure, anche se appena intravisto, il quartiere della Grande Bibliothèque, con le sue strade deserte, pesa di tutto il suo peso sui suoi abitanti. Si tratta ancora della paura: la crisi dell’alloggio (l’impossibilità di passare da un bi a un tricamere, l’ossessione dei quartieri “molto ricercati”) o la paura, di cui ci si burla discretamente, della delinquenza: rientrare sola di notte o recarsi a Oberkampf, pone dei veri problemi – Oberkampf, quartiere che Arditi crede malfamato e che Eric Gautier descrive magnificamente come un sogno dorato.

Le scenografie sono semplicemente sontuose. Gli spazi sono divisi in due, da una vetrata, un falso muro divisorio, una cortina di perle. Il bar del Globe non è mai lo stesso: basta che il barman venga ripreso davanti al suo bar e che d’un tratto appaia piccolissimo, e che un movimento di gru schiacci il cliente in una ripresa dall’alto. I bruschi cambiamenti della messa in scena alterano lo spazio: un movimento circolare attorno ad Azéma e Arditi non è l’occasione per unirli ma per destabilizzare la scena e aprirla verso l’esterno. Resnais toglie il tavolo, lo sostituisce con una scrivania per bambini e di colpo la neve comincia a cadere all’interno sulla mano di Arditi. La maledetta neve non si ferma: i personaggi rientrano al caldo, ma mantengono il loro cuore in inverno; i fiocchi sui loro cappotti non si sciolgono mai.

Coeur è una commedia morbosa da cui si esce in silenzio, il Resnais più commovente da vent’anni a questa parte, dai tempi di Mélo; altro film raccolto, altro film cantato senza canzoni, ma illuminato da un amore passionale che qui è tristemente assente. Si avverte l’invecchiamento dei personaggi e degli attori, la vita se ne va, gli amici sono morti. Per la passione, non c’è più tempo. Cerchiamo il riconforto.

5 Risposte

  1. Piccole paure condivise era un titolo più bello.

  2. e allora quel bibintar? Viene fuori o no?

  3. Film estremamente deludente ,scombiccherato e pretenzioso.La trama fa acqua da tutte le parti e i personaggi non sono per niente credibili.Isabelle Carré convive con un fratello,Dussolier ,che potrebbe essere suo nonno.Pierre Arditi ha un padre che per l’età del figlio dovrebbe avere 90 anni.E’ tutto un rivestirsi di sciarpe e cappotti ed un entrare e uscire di Dussolier dall’agenzia immobiliare.

  4. Sembra tutto surrettiziamente costruito con marionette che si muovono sui loro binari senza incontrarsi mai, poi ti accorgi che è tutto terribilmente capace di svelare l’impossibilità di comunicare, di spiegare gli uni agli altri le proprie verità, i propri bisogni.
    E l’amore passa lontano

  5. Il film è cervello senza passione; volutamente è la descrizione asettica e reale dell’acquario in cui viviamo. Non emoziona perchè i suoi personaggi non provano emozioni. Descrive l’intimità di ciascun personaggio come il vuoto degli appartamenti febbrilmente cercati dalla Morante e la loro impossibilità di “abitare” l’amore. Tutto è amaro e senza speranza.

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