Le mille miglia di Zhang Yimou

Zhang Yimou torna a girare un film piccolo, “petroso” – simile per struttura e relativa semplicità al suo Non uno di meno (e lontano dalla spettacolarità di Hero e La foresta dei pugnali volanti) – e di grande cuore confezionando una storia sobria e intensa senza che per questo risulti noiosa o da consigliare agli amanti della lacrima facile. Certo è che si esce commossi – l’occhio lucido del tizio seduto davanti a me in sala Eden mi è stato di conforto quando si sono accese le luci.
Il film si chiude con un’inquadratura molto simile a quella iniziale, con un uomo solo davanti a un mare mosso e livido… ma molte cose sono successe. C’è stato un importante cambiamento nella vita di due uomini: padre e figlio non si parlavano da dieci anni, da quando, cioè, dopo la morte della moglie e madre uno si era ritirato in un villaggio di pescatori e l’altro si era messo a studiare l’opera cinese (ma scopriremo che l’interesse non era esattamente per le rappresentazioni in sé). Il film racconta il viaggio che per amore del figlio molto malato (un amore silenzioso e mai dichiarato) il padre farà in Cina alla ricerca di un cantante che il figlio non era riuscito a filmare. Il difficile viaggio porterà alla luce affetti rimasti sepolti e nascosti per troppi anni. Il pensiero va al Lynch di Una storia vera e ai due fratelli lontani da decenni (un piccolo tratto di viaggio a bordo di un carretto trainato da un trattore rende la sensazione più nitida).
Il film è realizzato in co-produzione con il Giappone da cui Zhang Yimou prende in prestito anche un grande interprete riconosciuto mondialmente come il Clint Eastwood di Tokyo: Takakura Ken. Il cipiglio severo e stanco di Takakura sa accendersi di improvvisi dolori e speranze durante tutto il racconto. L’intero film è filtrato dai suoi pensieri, dalla sua voce. E la voce (cfr. quella del figlio che, da dietro una tenda d’ospedale, dice alla moglie che non vuole vedere il padre), la difficoltà di comunicazione per motivi linguistici o di distanze (il cellulare che non ha campo nel Villaggio di pietra come accadeva in un film di Kiarostami), la parola scritta e poi letta (magari sempre al telefono) sono centrali nel film come lo sono anche (dove non arriva direttamente la parola) il ricorso a materiali video, a fotografie digitali, a suoni (il fischietto).

E se poi avete il cuore di pietra potrete comunque esclamare “che bella fotografia”, “che bei paesaggi!”, proprio come hanno fatto in sala le due arzille vecchiette dalla voce stentorea sedute alle mie spalle.

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