Basta vincere

Basta VincereDa Sergio Grmek Germani un pezzo inedito e scritto per l’occasione. Il film sarà proiettato Giovedì 21, alle 20.30.

Per una volta un titolo italiano inventivo, Basta vincere, per un film che in originale s’intitola più descrittivamente Blue Chips. Il titolo italiano mette giustamente l’accento (e non importa se poi il film va contro quell’asserzione) sul rapporto vittoria-sconfitta che, oltre che del mondo sportivo, è anche un elemento essenziale nell’attività dei cineasti. E Friedkin è proprio colui (anche più di Schrader, Boorman ecc.: ci accorgiamo di evocare nomi che sono passati attraverso la saga dell’Esorcista) che ha coniugato fortemente flop e successi, e la sua opera sarebbe interessante già per questo, anche se non fosse poi piena di altri riferimenti (da Lang a LeRoy, come ben evidenzia la monografia pubblicata in occasione della personale torinese), anche se non fosse così ricca di film oscillanti tra curioso e sconvolgente. L’elemento documentaristico, che è alla base di ogni film veramente significativo (proprio Lang, con Renoir e Rossellini, lo dimostra al massimo grado), trova una splendida conferma in questo Basta vincere che, seppur insufficientemente conosciuto, è senz’altro tra i film più belli sul mondo sportivo. Anche perché, pur costruendo attorno al basket una vicenda di morale e di fragilità dell’amore, riesce a fare del basket, del suo campo, un vero centro, non certo un pretesto, e diventa perciò un film che il basket ce lo fa amare, quanto lo amano i personaggi, anche se (personalmente) non ne abbiamo mai vista una partita per intera. Un’altra cosa che il film coglie alla perfezione è il rapporto tra il set campo da gioco (e dintorni: spogliatoi, sala stampa ecc.) e il più generale set dell’America, in modo che ogni partita (cosa che spesso si dimentica dello sport) diventa anche una tappa di un percorso geografico: non vale solo per il ciclismo, che lo evidenzia per eccellenza, anche gli sport che si svolgono in interni appartengono ai luoghi di un viaggio. Il film di Friedkin diventa così una bellissima variazione su uno dei generi cinematografici più significativi e insufficientemente esplorati, quello dell’americana. I luoghi della piccola America che attraversa (inclusa – quasi in onore al nostro Tanjevic – la Belgrade americana), la varietà anche religiosa che ne viene toccata, lo rendono una felice risposta a quel discorso che nel film il cestista gigante buono e nero (che bello vederlo nella stessa inquadratura insieme al pur robusto Nick Nolte, al confronto un moscerino) fa contro il razzismo culturale. Insomma un film che forse non ha saputo vincere, ma certamente ha giocato una bellissima partita.

Sergio Grmek Germani

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