Grizzly Man

Grizzly Man

Finalmente in programmazione l’attesissimo documentario di Werner Herzog, che segue i bellissimi Il diamante bianco e L’ignoto spazio profondo. Una bella recensione dal New Yorker, firmata David Denby, in originale qui, e in traduzione solo per il blog del Visionario:

In Grizzly Man, l’infaticabile Werner Herzog ha fatto un brillante documentario su un americano santo e stupido, su un uomo che capisce tutto della natura tranne la morte. Questo ingenuo è un certo Timothy Treadwill, un atleta che, abbandonato il college in seguito a un infortunio, non ha fatto strada come attore ed è diventato un surfista fin troppo dedito all’alcol in California. Treadwill era il tipico prodotto della frammentazione della società americana, un fallito – finchè nel 1989 non trovò il senso della sua vita in Alaska. Lì, in quel luogo selvaggio, Treadwell s’innamorò degli enormi grizzly che scendono dalle montagne quando fa caldo e c’è il passaggio dei salmoni. Per una dozzina di estati, dal 1992, Treadwill è vissuto tra gli animali nel Parco Naturale e Riserva di Katmai, quasi sempre da solo e senza armi. Il suo luogo preferito era un pezzo di terra fitto di arbusti da lui chiamato il “ Labirinto del Grizzly” e trasformato in una specie di zoo privato. Agli animali, molti dei quali pesavano 350/400 chili, diede nomi come Signor Cioccolata o Zia Melissa e ne accarezzava il naso con la mano. Treadwill regnò in questo pacifico reame come un re di buona volontà. Egli credeva così di proteggere gli orsi dai bracconieri e dall’indifferenza dei guardiani del parco.

E’ stato un uomo coraggioso,che riusciva ad affrontare un animale infuriato con un dito teso e con le parole : “Non farlo. Io ti voglio bene”. E’ stato anche un uomo pieno di sentimentalismo, un celebratore della natura e di se stesso; era capace di declamare versi sopra mucchi di escrementi di orso fumanti che continuava a chiamare “popò”. La sua azione alla Dott. Doolittle funzionò molto bene finché non smise di funzionare del tutto. Nell’ottobre del 2003, Treadwill e la sua ragazza, Anne, furono attaccati e sbranati da un affamato grizzly dal naso lungo che o era sceso dai monti tardi o era rimasto sulle montagne dopo che gli altri orsi se ne erano andati.

Questo lo sappiamo perché Treadwill s’intendeva di “media” e aveva con sé una cinepresa digitale durante le ultime cinque estati trascorse in Alaska con la quale aveva girato centinaia di ore di film che, dopo la sua morte, finirono nelle mani appassionate di Werner Herzog. Il grande regista tedesco ha intervistato alcuni degli amici ed ex ragazze di Treadwill, ha parlato con molti naturalisti del luogo e con gli addetti al parco, molti dei quali ritenevano che Treadwill “avesse varcato il confine” che separa gli umani dagli animali. Herzog ha poi inserito nel film “trovato” una sorprendente meditazione sull’innocenza e sulla natura. Narrando nel suo inglese dal forte accento tedesco, Herzog è equanime e rispetta in pieno la maniaca narrazione che Treadwill fa di sé.

Egli loda perfino le capacità filmiche di Treadwill: quando Treadwill parla in primo piano e gli orsi giocano dietro di lui o afferrano salmoni nell’acqua spumeggiante o quando, in altre riprese, una coppia di volpi saltella sull’erba in mezzo ad un monologo di Treadwill. Il film è pieno di incredibile e accidentale bellezza. In un certo senso, Grizzly Man è fondamentalmente un documentario sulla natura poiché narra sia la natura dell’uomo che quella degli animali. Herzog, scavando nella vita di Treadwill, lo interpreta come un caotico e spirituale emarginato dalla civiltà, un impaziente disadattato che mitiga la sua misantropia con nevrotiche affermazioni d’amore in un mondo selvaggio. Da come Herzog lo inquadra, il film è uno scherzo sinistro. Tuttavia c’è un elemento nella commedia che forse Herzog non si è prefisso: il contrasto tra l’americano che drammatizza se stesso, con il suo ingenuo egotismo e ottimismo e l’europeo iperacculturato che porta nella natura il suo fardello di disperazione. Mentre il tormentato Treadwill desidera ardentemente l’armonia e sembra non capire che la morte è al centro di ogni equilibrio ecologico, Herzog non vede “altro che” la morte. Guardando negli occhi di un orso che si avvicina alla cinepresa di Treadwill, lui scorge crudeltà e spietatezza piuttosto che fame. Nessuno dei due uomini, sembra, è disposto ad ammettere che un orso è un orso è un orso.

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