Bobby

Recensito da Stephanie Zacharek, della rivista americana Salon. L’originale qui.

Le intenzioni che stanno dietro a Bobby di Emilio Estevez – film drammatico che ha come sfondo un avvenimento reale quale l’assassinio di Robert Kennedy nel 1968 – si sentono chiaramente come le onde radio emesse da una pulsar. Kennedy, uno dei politici più carismatici della storia americana, si rivolgeva ad una nazione divisa, turbata e impantanata in una guerra impopolare. Le sue idee erano allo stesso tempo radicali e ragionevoli; parlava in modo semplice ed eloquente come pochi politici a lui contemporanei osavano fare pur essendone in grado. Bobby Kennedy è il miglior presidente che non abbiamo mai avuto e solo ascoltarne la voce -il film adopera molti inserti sonori e sequenze d’archivio – pone delle domande spettrali su come sarebbe stato il nostro paese se lui fosse vissuto.

Estevez, che ha sia sceneggiato che diretto il film, nutriva chiaramente dei forti sentimenti nei riguardi di Kennedy. I comunicati stampa del film ci dicono come Estevez, all’età sei anni, apprese in televisione la notizia dell’assassinio e corse a svegliare il padre, Martin Sheen, che era da molto tempo un sostenitore di Kennedy. Ma la passione per il soggetto della sua opera non è sufficiente per produrre il film: Bobby è un intreccio di sottotrame con una rotante tavolozza di personaggi che s’incontrano tutti all’ Ambassador Hotel a Los Angeles, dove il senatore fu assassinato dopo aver vinto le primarie in California. Questi personaggi includono gente che lavora nell’albergo, come un aiuto cameriere sudamericano (Freddy Rodgriguez) che, a causa del suo umile rango, è vittima delle bizze del suo capo; un portiere in pensione (Anthony Hopkins , che è anche uno dei produttori esecutivi del film) che non riesce a togliersi dalla testa i ricordi dei passati giorni gloriosi dell’hotel; un direttore di alto livello (William H.Macy) le cui idee politiche sono irreprensibili ma il cui comportamento personale non è certamente impeccabile.

Ma proprio quando si pensa di capire i personaggi principali di Bobby, ne appaiono altri: un po’ come nella scena della sala dei ricevimenti in A Night at the Opera. C’è un capo cucina razzista (Christian Slater), un’inflessibile e infaticabile parrucchiera (Sharon Stone), un aiutante cuoco che parla come un uomo di stato (Laurence Fishburn), un giovane arrabbiato che fa il volontario nella campagna elettorale (Nick Cannon), una centralinista che cerca di farsi strada nel mondo (Eather Graham). Fra gli altri attori che si intravedono agli angoli del film ci sono Harry Belafonte (amico di Bob Kennedy nella realtà), Elijah Wood, Lindsay Lohan, Demi Moore e Aston Kutcher nella parte di uno spacciatore suonato passato dalla marijuana all’acido. (Ha perfino dei piccoli fori nei denti davanti per il continuo succhiare zollette di zucchero).

Questi personaggi s’intrecciano e si mescolano all’Ambassador, mossi talvolta dal loro egoismo e altre volte da una sorprendente generosità. Naturalmente la tragedia, alla fine, legherà insieme tutte le loro storie. Il problema sta nel fatto che la maggior parte di queste storie sembra solo vagamente costruita – ci sono così tanti personaggi che il film ha appena il tempo di farci nutrire dei sentimenti per ognuno di essi. Inoltre, il film è pieno di lezioni didattiche di educazione civica, nascoste fra le battute dei dialoghi come i funghi nella foresta. “Sempre più uomini continuano a tornare a casa in sacchi di plastica”, dice un personaggio, e le sue parole sono secche come se fossero state scritte con il gesso su una lavagna.

Alcune interpretazioni spiccano sulle altre: Martin Sheen fa la parte di un ricco ma depresso broker sposato ad una donna molto più giovane (una Helen Hunt perennemente abbronzata, magrissima e bionda) e ha una bella scena nella quale trasforma un breve dialogo sui pericoli del materialismo in un sonetto d’amore per la moglie. Joy Bryant (The Skeleton Key) ha un altro piccolo ruolo come centralinista dell’albergo e migliore amica di Graham, ma il suo personaggio ha una tale vibrazione che il film sembra aprirsi attorno a lei.

Estevez e la sua troupe (inclusa la costumista Julie Weiss) sono stati molto attenti a rendere bene i dettagli del periodo. I giovanotti idealisti in Bobby vestono pantaloni con la gamba stretta appena stirati , giacche attillate e cravatta; le ragazze, i cui capelli sono stati messi in piega con i bigodini, indossano gonne eleganti e scarpe basse. La gente che non è vissuta negli anni ’60 spesso identifica quel periodo con collanine e frange, ma per quasi tutto il decennio, la gioventù americana aderì a certi standard di formalità e di cura della propria persona. Gli spezzoni d’archivio dei Kennedy che appaiano accanto al film, la radiosa luminosità delle facce di questi giovani personaggi (molti di loro semplicemente delle comparse) forse sono la cosa migliore di Bobby. Quando la cinepresa di Estevez guarda le facce di questi giovani cattura, senza dire una parola, la fede che essi avevano nel futuro per loro immaginato da Bobby Kennedy. Quello che è successo più tardi – i capelli lunghi, i jeans strappati, la rabbia crescente e la frustrazione – non fu tanto una caduta dalla grazia quanto una specie di perdita di amore. Con la scomparsa di JFK e di RFK, con la morte di Malcom X e di Martin Luther King, sembrò che non ci fossero più dei salvatori. (E la nazione doveva ancora aspettarsi Nixon.) L’unica cosa da fare per i giovani fu di indossare una divisa, molto diversa da quella indossata dai loro genitori, e mettersi a lavorare. Non c’era più nessuno per cui vestirsi elegantemente.

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