Blood Diamond

Come sempre interessante la recensione di David Denby, dal New Yorker (What if? Wishing things were otherwise, in originale qui).

L’Africa ti spezza il cuore – questa è la più semplice e durevole emozione che suscitano film come Hotel Rwanda, The Constant Gardener, The Last King Of Scotland e, ora, Blood Diamond, il migliore e il più piacevole di questo ciclo di film che hanno come sfondo guerre civili,conflitti etnici, l’ingerenza dell’occidente e lo sfruttamento. I precedenti film, nonostante i loro notevoli meriti, erano così completamente pieni del senso di colpa che il mondo occidentale ha per la povertà dell’Africa che lasciavano lo spettatore pentito e col capo chino. Ma Blood Diamond, scritto da Charles Leavitt, da un’idea da lui sviluppata insieme a C. Gaby Mitchell, e diretto da Edward Zwick, è soprattutto la storia di un’avventura romantica con la politica sullo sfondo – un film fuori moda, suppongo, ma interessante e fatto estremamente bene. Nella Sierra Leone, nel 1999, una guerra civile, alimentata dal commercio di “diamanti insanguinati” e nella quale le gemme sono vendute di contrabbando a compratori europei in cambio di denaro per le armi, imperversa da anni lacerando il paese e dividendo le famiglie. A un pescatore, Solomon Vandy (Djimon Hounsou), viene rapito il figlio dall’ esercito dei ribelli, il Fronte Rivoluzionario Unito (RUF), che arruola il ragazzo. Il RUF costringe Salomon a lavorare nei giacimenti di diamanti, nelle cui acque paludose trova una pietra rosa che nasconde sotto terra. Ma della cosa si incomincia a parlare.

E’ un diamante molto grande di cui si vuole impossessare un contrabbandiere di nome Danny Archer (Leonardo DiCaprio), un bianco, nato in Rodesia e già arruolato come mercenario in Angola. Nella città capitale di Freetown, Maddy Bowen (Jennifer Connelly), reporter per una rivista, cerca di ingraziarsi Archer per riuscire a sapere come funziona il racket del contrabbando. Solomon, Danny, e Maddy. Tutti vogliono qualcosa e, pur di ottenerlo si usano e si aiutano, senza mai fidarsi troppo l’uno dell’altro, inciampando fuori e dentro le zone di guerra come giovani killer si scatenano attraverso le città sparando con gli AK-47 dai pick up. Può sembrare che questa storia sia vagamente copiata – ci sono elementi di Casablanca, di The Defiant Ones, di Under Fire, e si sente l’influenza dei racconti di Hemingway – ma si può apprezzare quello che di sintetico e di filmesco c’è in Blood Diamond senza per questo trovare il film meno emozionante nel ritratto che fa dell’Africa nel caos. Blood Diamond è violento e spettacolare e ha una costante corrente di tensione sensuale. Leonardo Di Caprio e Jennifer Connelly si attraggono semplicemente guardandosi. Il film è sospeso sull’orlo del romanzo popolare e in questo Zwick fa un bel lavoro, indietreggiando da ciò che è ovvio e scavando più a fondo nei mali dell’Africa.

Il contrabbandiere di DiCaprio è lontano dal modello di Bogart – il solitario che lavora solo per sé, un individuo ferito ma autosufficiente, duro con le donne e coraggioso nei modi sbrigativi ed improvvisi che non rivelano un’intenzione morale. Di Caprio può non essere Bogart, ma non è più un ingenuo: ha ancora i capelli biondi e gli occhi azzurri, ma i lineamenti felini del volto che hanno fatto impazzire le ragazze in Titanic si sono leggermente induriti e la sua voce è più bassa e più mordente. Il saporito patois punteggiato di inglese con il quale parla ai criminali è delizioso e c’è uno humor molto diretto nel suo gusto per l’inganno, per la corruzione e per il gioco sporco. Connelly, che in passato ha accarezzato la fronte di molti uomini sofferenti, ora è apertamente civettuola e avida. Maddy fa uso della sua bellezza per far parlare gli uomini. E’ stanca di scrivere inutili ed emozionanti articoli sulle vittime dell’Africa. Ha voglia di barattare una notte a letto con una storia nuova, ma deve essere una buona storia. Seducendo Di Caprio e respingendolo allo stesso tempo, Connelly improvvisamente sembra una star del cinema e non un’affettuosa anima gemella. Djimon Hounsou, padre infelice, troppo addolorato per farsi gioco di questi civettuoli ambiziosi, mantiene invece il senso morale del film fermamente al suo posto.

Il regista, i produttori e gli scrittori sono coscienziosi progressisti; ci fanno sapere che ogni qualvolta una preziosa risorsa naturale è stata scoperta in Africa – che sia avorio, oro o diamanti- i bianchi europei sono subentrati per saccheggiare le merci e gli africani ne hanno terribilmente sofferto (“Speriamo che non trovino il petrolio qui” dice un vecchio intontito dalla guerra). Ma i cineasti non fanno prediche; fanno emergere il significato sociale e gli interessi economici con l’azione. Blood Diamond è il miglior film di Zwick. Si è disfatto dei nobili clichè di Glory, dell’esibizionismo di The Siege, delle imbarazzanti e solenni stravaganze di Tom Cruise che batte i giapponesi nell’arte della spada in The Last Samurai. Come un abile regista di Hollywood di sessanta anni fa, ha trovato il giusto equilibrio tra il fascino dello star system e la coscienza sociale. Le scene di atti sfrenati e di massacri, riprese con una cinepresa a mano che immerge lo spettatore in mezzo all’azione, irritano e rattristano nello stesso tempo. Mentre i tre compagni si muovono nel paese, le tracce della guerra civile –le rovine umane e fisiche lasciate sulle orme della lotta- diventano sempre più spaventose. E, senza creare sensazionalismo, Zwick ci fa vedere i meccanismi di un fenomeno ricorrente che va oltre il dolore profondo fino alla più sordida tragedia: il modo in cui i padroni della guerra danno il senso del potere ai bambini con i fucili, l’alcol e la droga e li trasformano in killer felici.

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