INLAND EMPIRE – Positif

In attesa delle considerazioni di Cinequanon, una recensione di Philippe Rouyer da Positif di Febbraio (n. 552):

All’inizio, c’è un fascio di luce, diffusa da un proiettore in un film intitolato INLAND EMPIRE (la grafia in lettere maiuscole è voluta da Lynch). Poi il braccio di un giradischi su un microsolco. Al di là della bellezza intrinseca di questa inquadratura, c’è la rivendicazione di uno spettacolo visivo e sonoro apparentemente contraddetta dalle seguenti immagini: una scalinata buia nell’Europa dell’Est, la volgarità di una coppia in una camera d’albergo con i volti artificialmente mascherati. Come se una telecamera di sorveglianza avesse preso il posto dei mezzi cinematografici professionali.

C’è un po’ di questo nell’approccio di Lynch, che ha rinunciato a girare in 35 mm (e alla sublime fotografia di Peter Deming) per girare in un semplice DV molto lontano dall’alta definizione. Forse che il suo film è per questo meno spettacolare? Assolutamente no, perchè la tipologia dell’immagine corrisponde ai contorni incerti dell’universo da incubo qui dipinto e il regista ha trovato in questa modalità di lavorazione una nuova libertà. Ha potuto liberarsi dalle costrizioni della luce e del posizionamento della cinepresa, prendendo egli stesso in mano la sua piccola videocamera per filmare senza preoccuparsi dei costi o della durata delle riprese. La leggerezza delle condizioni di lavorazione gli ha consentito così di accollarsi molti ruoli diversi, come ai tempi di Erasehead, il suo primo lungometraggio girato anch’esso in parecchi anni e in condizioni artigianali. Regista, sceneggiatore, produttore, operatore e montatore, qui è anche fonico e autore, compositore e interprete di due canzoni.

Da qui la genesi molto particolare di INLAND EMPIRE. Per la prima volta Lynch non ha scritto la sceneggiatura prima delle riprese. Laura Dern e Justin Theroux, hanno dichiarato in un’intervista che i testi delle scene venivano loro consegnati giorno per giorno senza che potessero avere una visione d’insieme. Sappiamo anche che Lynch ha messo insieme elementi eterogenei: inquadrature della serie Rabbits (una sitcom con tre umanoidi con testa di coniglio all’interno di un piccolo appartamento) prodotta per il suo sito Internet, e alcuni elementi di un suo precedente progetto (The Green Room in Lodz) per il quale aveva filmato Laura Dern in Polonia. Come se avesse voluto ricreare volontariamente l’incidente all’origine di Mulholland Dr., concepito come un pilot di una serie televisiva e completamente ripensato (con sequenze addizionali), in vista della sua uscita in sala, dopo che il canale ABC si era rifiutato di mandare in onda il pilot in questione.

Come Wong Kar-wai per 2046, Lynch si è concesso il lusso di scoprire il suo film mentre lo stava girando (e montando) per anni (le prime riprese risalgono al 2002). Il risultato è un’opera fuori da ogni schema che dovrebbe sconcertare una parte degli spettatori abituali del cineasta ed entusiasmare gli altri. Ancor più che in Mulholland Dr., è impossibile riuscire a cogliere tutto alla prima visione. Bisogna accettare di procedere per intuizioni prima di capire. Non c’è dubbio che tutti i pezzi del puzzle sono destinati ad assemblarsi, ma per farlo bisognerà vedere il film più volte.

Eppure anche per quelli che non possono fare a meno di una struttura narrativa, il film lascia comunque degli elementi a cui rifarsi. L’attrice hollywoodiana Nikki Grace (Laura Dern) va in visibilio quando riesce ad ottenere il ruolo di protagonista femminile di On High in Blue Tomorrow. L’hanno messa in guardia di non innamorarsi del suo partner Devon Berk (Justin Theroux) che ha una reputazione di seduttore. Ma a quanto pare cede alla seduzione, fino a confondere il suo destino con quello della sua eroina. Dove finisce la realtà? Dove comincia il film nel film? Come la capanna di Lost Highway o il cubo blu di Mulholland Dr., che pemetteva di trasporsi in un’altra dimensione spaziotemporale, qui è attraverso le finestre di una scenografia che ci si apre su altre realtà: sugli esterni di quella regione californiana chiamata Inland Empire; o sulle strade innevate di Lodz dove vegetano delle prostitute poco attraenti e una madre di famiglia piena di guai. Che le due star siano state vittime della maledizione del film 47, rimasto incompiuto, come hanno appreso dal suo regista (Jeremy Irons), dopo l’assassinio delle due protagoniste? La vicina dell’attrice (Grace Zabriskie, una sorta di strega nella grande tradizione dele Cassandre lynchiane) aveva già annunciato un assassinio e una storia di gelosia coniugale. Ma c’è di più, perchè questa sequenza con la vicina, si è potuta scorgere precedentemente, sullo schermo della televisione che una polacca mora e angosciata sta guardando. Nelle ultime sequenze del film, la rivediamo felice di aver ritrovato marito e figlio. Come se tutta la storia con le incarnazioni di Laura Dern non fosse stato altro che uno specchio delle turpitudini di quella mora. Effetto che ci rimanda anche alla stupefazione di Laura Dern quando, dentro un cinema dove si proietta INLAND EMPIRE, si ritrova faccia a faccia con l’immagine di se stessa in una scena che credeve di aver vissuto e non interpretato.

Se Lynch tira nuovamente fuori i suoi vecchi ritornelli sulla giovane donna in difficoltà, tuffata nel cuore di un mistero e su Hollywood la città dai due volti (in apparenza la città dove “le star sognano e i sogni fanno le star”, in realtà il luogo di tutte le dissolutezze e dei sogni spezzati), lo fa per avviarsi agli antipodi della ripetizione. Deve destreggiarsi tra le figure identificabili del suo cinema per meglio alimentare e rinnovare la sua riflessione sulla creazione cinematografica. E, anche se la figura del regista del film nel film rimane in secondo piano, questo intricato metafilmico gioco di specchi è ciò che si può definire il suo 8½. Ne ha, sicuramente, la grazia e la luce, quei momenti di splendore di cui prende atto Alain Masson nel suo resoconto misurato del festival di Venezia (n. 549 p. 26).

Tra le cose grandiose, l’inizio e la sequenza con la vicina che abbiamo già citato, ma anche le deambulazioni di Laura Dern all’interno di spazi vuoti o la sua incredibile agonia sanguinosa in mezzo alle stelle del marciapiede di Hollywood Boulevard. La colonna sonora, in cui i rumori e il ronzio dell’azione non si distinguono sempre dalla musica di accompagnamento gioca sicuramente un ruolo fondamentale in questa fascinazione. Citiamo i pezzi torturati di Penderecki (in ricordo di Kubrick?) e le canzoni che lasciano il posto a coreografie carnevalesche falsamente improvvisate: The Loco-motion, il famoso successo di Little Eva, e soprattutto il finale in cui la sorpresa di vedere apparire Laura Harring evasa da Mulholland Dr. da l’avvio ad una sarabanda febbrile. Solo per rivivere momenti come questi, sono ansioso di rivedere INLAND EMPIRE.

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