Letters From Iwo Jima – Variety

Letters From Iwo Jima

Todd McCarthy da Variety, in originale qui.

Letters From Iwo Jima rappresenta qualcosa di raro nella storia dei film di guerra – è il caso di un regista di una nazione che con molta simpatia narra la storia del combattimento dal punto di vista del nemico di un tempo. Seconda parte dell’ambizioso e intraprendente resoconto di Clint Eastwood di una delle battaglie più feroci della guerra del Pacifico, il film stilisticamente è fratello gemello di Flags of Our Fathers ma ha un’aria diversa dovuta alla sua intimità, al suo concentrato centro focale, e, inevitabilmente, al carattere dei suoi protagonisti che sono i soldati giapponesi.

Accolto molto bene alla prima in Giappone il 9 dicembre, questo film, volutamente considerato pungente, si aspetta limitate prospettive economiche a causa della lingua, soltanto giapponese, usata nei dialoghi. Ma dopo la più rispettosa che appassionata risposta critica a Flags, che si è dimostrato inferiore all’aspettative d’incasso, Letters potrebbe benissimo
dare ai numerosi sostenitori di Eastwood nuova energia e fare buoni incassi su schermi selezionati.

All Quiet on the Western Front trattava di tedeschi durante la Prima Guerra Mondiale ma da un punto di vista pacifista; in Tora! Tora! Tora! c’era l’angolazione giapponese su Pearl Harbor; i personaggi principali in The Blue Max e Cross of
Iron
erano tedeschi. Certamente ci sono altri esempi sparsi qua e là. Tuttavia, ci sono pochi momenti nella storia del cinema di Hollywood di ogni epoca così stranamente sconvolgenti come questo, nel quale un marine americano attacca i protagonisti ed è sentito apertamente come nemico.

Quel ragazzo sfortunato viene ucciso dalla baionetta del giapponese che lo ha catturato. Ma la vera intenzione del film si
capisce quando uno yankee è fatto prigioniero dai soldati dell’Esercito Imperiale destinati a soccombere, quando il soldato
americano ferito stabilisce, in modo commovente, un inverosimile legame con l’aristocratico giapponese che gli fa delle domande. C’erano giusti motivi per cui combattere, ma l’insolito punto focale di Letters è l’umanità dei soldati giapponesi che desideravano far ritorno a casa proprio come tutti gli altri, sapendo che non avrebbero mai lasciato vivi la piccolissima striscia di terra.

Naturalmente, i film americani di Guerra dell’epoca dipingevano i giapponesi come i combattenti più maniaci e barbari, e molti veterani e storici, americani, cinesi e di altre nazionalità, insistono nel dire che era vero. Bene può aver fatto il film a citare il sostegno dato dall’Imperatore all’editto degli inizi del 1945 Death Before Surrender (Morte prima della resa). Ma Letters dimostra che perfino i giapponesi avevano diverse opinioni.

“Non c’è niente di sacro in quest’isola” dice un soldato eretico. “Gli americani possono prendersela”. Secondo le notizie ufficiali gli invasori erano senza volontà e disciplina, ma due ufficiali giapponesi di alto grado qui rappresentati, che avevano trascorso un periodo in America prima della guerra, amavano quel paese e là avevano degli amici. Per fare eco al tema fondamentale di Flags, niente è ben delineato come sembra; la situazione non è mai così nera o bianca come la propaganda da entrambe le parti vorrebbe. Considerato dal punto di vista dei giapponesi, Iwo Jima assomiglia ad Alamo, un’inutile ma eroica ultima resistenza contro una forza nemica troppo superiore per resistere, sebbene essi abbiano resistito molto più a lungo di quanto i loro nemici potessero immaginare.

In maniera elegante ma con drammatico mordente, Eastwood sviluppa la storia degli uomini che affrontarono con
determinazione il combattimento, sottolineando il modo in cui le loro personalità si esprimevano attraverso la crisi piuttosto che attraverso l’ideologia o le banali idee di coraggio o il linguaggio retorico. La sceneggiatura di Iris Yamashita, una nippoamericana, qui al sua primo lavoro per il cinema, che ha realizzato la storia insieme allo sceneggiatore di “Flags” Paul Haggins, mantiene un punto focale intimo all’interno di un grande contesto, ed è basata sui sentimenti espressi nelle lettere dei soldati morti da molto tempo e il cui ritrovamento a Iwo Jima si vede all’inizio del film.

Le inquadrature iniziali danno l’opportunità di dipingere un ritratto più dettagliato di quanto avesse potuto fare “Flags” della desolazione di quella striscia di nera roccia vulcanica e di sabbia larga 5 miglia per 2.5. Nell’arida estate prima dell’invasione, le truppe giapponesi che vi erano radunate tiravano avanti senza alcuna risorsa. A toglierli dal torpore e dalle selvagge punizioni dei severi ufficiali è il Tenente Generale Tadamichi Kuribayashi (Ken Watanabe), l’impressionante ex comandante della Guardia Imperiale, mandato a preparare l’isola per l’anticipato assalto degli americani.

Entro i limiti di una tradizione definita dalla lealtà e dall’obbedienza, Kuribayashi agisce a modo suo, indipendentemente. Misurando a piedi in lunghe passeggiate l’inospitale pezzo di terra, si sbarazza di autorevoli ufficiali e, ben presto, mandandoli su tutte le furie, spedisce a casa un inefficiente ammiraglio. Mentre i giapponesi per abitudine credevano nella difesa a testa di ponte, il nuovo generale ordina la costruzione di migliaia di tunnel e cunicoli dai quali i suoi 20.000 uomini possono combattere con maggior vantaggio gli americani che arrivano.

Kuribayashi diventa subito amico dell’elegante barone Nishi (Tsuyoshi Ihara), un aristocratico che è a corto di Johnnie Walker. Lo scotch diviso tra i due serve a far ricordare l’America che entrambi conoscono personalmente; Kuribayashi vi era stato da studente e quando era un giovane ufficiale, Nishi aveva partecipato come cavallerizzo alle Olimpiadi del 1932 a Los Angeles. I loro tranquilli momenti di conversazione sono preziosi, soprattutto alla luce di quanto dovrà accadere.

Dall’altra parte della gerarchia stanno Saigo (Kazunari Ninomiya), un semplice fornaio, un comune uomo della strada un po’ sfacciato, che desidera solamente vedere la sua bambina appena nata, e il sensibile Shimizu (Ryo Kase), che si è guadagnato questa orrenda posizione a causa delle manchevolezze fatte da poliziotto. Tranne alcune violente eccezioni, i giapponesi sono impegnati nel loro servizio, pronti ad ammazzare il nemico e rassegnati al loro fato, qualunque esso sia, anche se essi possono avere opinioni eterogenee sulla guerra e soprattutto desiderano essere da qualche altra parte.

Nei loro sicuri nascondigli, gli uomini continuano ad aspettare. Soffrendo a causa dei centopiedi, a dieta continua di minestra di erbacce e acqua putrida, un soldato dice scherzando “ Moriremo tutti prima che arrivino gli americani.” E ci sono solo brutte notizie al mondo esterno dal momento che la loro Marina è stata annientata e le riserve in cui tanto speravano non sarebbero alla fine arrivate. Mentre la flotta americana è in arrivo da Saipan, Kuribayashi dichiara francamente ai suoi uomini che non si aspettino di sopravvivere, ma di dover uccidere almeno 10 nemici ognuno prima di morire.

La battaglia incomincia e le tattiche del generale si dimostrano immediatamente valide, poiché gli americani subiscono ingenti perdite mentre risalgono la spiaggia. Ma in un momento di grande turbamento, in un cunicolo un gruppo di ultra tradizionalisti decide di “morire con onore”.

Nel tempo stabilito, il monte Suribachi viene preso e questa volta Eastwood in modo indimenticabile presenta lo storico innalzamento della bandiera dal punto di vista dei giapponesi nel lembo opposto dell’isola. Con le truppe separate in luoghi diversi, una grave spaccatura scoppia nel comando giapponese e un ufficiale particolarmente fanatico, il tenente Ito (Shidou Nakamura), decide di fare di testa sua in aperta provocazione a Kuribayashi. Lentamente ma inevitabilmente la situazione giapponese peggiora.

Un approccio più intellettuale e più impressionista potrebbe aver enfatizzato l’insopportabile pressione psicologica procurata dalla prolungata segregazione, dalle privazioni e dai bombardamenti. L’elemento claustrofobo è ovviamente vincolante, ma Eastwood fa in modo che il film respiri muovendo l’azione nello spazio e nel tempo insieme agli avvincenti personaggi che occupano il centro della scena.

Un uomo del suo tempo con una signorilità del passato, Kuribayashi è il genere di uomo che tutti gli eserciti vorrebbero
avere al comando. Nella recitazione così ben sfumata di Watanabe, è elegante, astuto e immaginativo, sempre in anticipo
nel pensare e perciò mai agitato. La sua calma di fronte al sicuro destino è eccezionale, il suo fato un’espressione sia dell’ amore per il suo paese che del suo riconoscersi come uomo di onore e di armi.

Ihara rappresenta alla perfezione il “bon vivant”, il cui stile non è intaccato nemmeno dall’inferno in terra, mentre Kazunari ci offre l’immagine di un vivace e disponibile uomo comune dai sentimenti semplici e diretti.

A causa del predominare di interni scuri, Letters sembra un film in bianco e nero ancor più di Flags, il colore molto composto della fotografia di Tom Stern prosciugato fino al punto di essere evanescente. Ad eccezione di un’inquadratura panoramica della flotta americanata, in questo film il lavoro di immagini fatte al computer sembra minimo, poiché una parte delle riprese degli esterni della stessa isola è stata resa discretamente sostituendola con paesaggi ripresi in California e con un piccolo lavoro di rifinitura in Giappone. Gli interni superbamente variegati rappresentano il lavoro finale del compianto Henry Bumstead, grande designer di produzione, e di James J. Murakami. Il tecnico del montaggio Joel Cox, che è sempre a fianco di Eastwood, ha lavorato qui insieme a Gary D. Roach. La colonna sonora questa volta è stata composta non da un direttore d’orchestra, ma dal figlio Kyle Eastwood e da Michael Stevens.

Forse l’unica cosa che manca a questo microcosmico sguardo alla battaglia epocale è l’immagine più grande, il senso della
sconcertante carneficina che ebbe luogo in un periodo di poco più di sei settimane e costò 26.000 vite. “Flags” in qualche modo ha dato l’idea di questo, sebbene non nella sua totalità e certamente non per i giapponesi dei quali solo 216
sopravvissero. Messi assieme, Flags e Letters rappresentano un risultato veramente grandioso, che guarda la guerra in modo determinato – che non nega la sua necessità ma soprattutto lamenta le perdite umane che essa comporta.

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