La morte di un presidente

Una recensione di Andrew O’Hehir, tratta dalla rivista americana Salon, che si distingue dalle reazioni tutto sommato negative con cui il film è stato accolto negli Stati Uniti. L’articolo in orginale qui.

Grande polemica ha circondato il film documentario per la TV del regista inglese Gabriel Range Death of a President, che finge di dare la notizia, da una data futura, dell’assassinio del Presidente Bush fuori di un albergo di Chicago nell’ottobre del 2007. Inevitabilmente, si tratta di polemica costruita, fomentata da persone forse ben intenzionate (ma anche da sciocchi e sprovveduti) che non hanno visto il film e che si attribuiscono dei poteri nei confronti della cultura di massa che in realtà non possiedono. Nessuno ha intenzione di uccidere Bush perché questo accade in un film. Qualsiasi pazzo che forse ha tali ambizioni le possedeva già e Range non descrive l’assassinio o le sue conseguenze come un evento positivo per nessuno.

La CNN e la NPR si rifiutano di fare pubblicità al film e numerose fra le più grandi catene di sale cinematografiche si rifiutano di farlo vedere. E’ nel loro diritto; non è censura. E’ solo vile codardia di chi se la fa sotto (e pubblicità gratuita per il film). Detto tutto ciò, naturalmente questo è un argomento scottante: Range apertamente mescola veri filmati di notizie con elementi fittizi e inserzioni digitali allo stile di Zelig per descrivere l’assassinio dell’attuale, vero (e largamente non amato) presidente degli Stati Uniti da parte di qualcuno.

Nell’universo del film, Bush è ammazzato dopo aver pronunciato un normale discorso (in realtà uno dei suoi migliori) in cui difendeva il suo atteggiamento aggressivo verso il mondo davanti ad un gruppo di importanti uomini d’affari. L’assassinio in se stesso è un insieme di elementi familiari: un cecchino ad una finestra di un palazzo di uffici (alla JFK), un’attimo d’apparizione tra la folla che si trova per caso fuori dell’albergo (alla Reagan). L’evento stesso è circondato da persone arrabbiate che protestano (ricavate da immagini di vere proteste a Chicago negli ultimi anni), alcune delle quali sono riuscite a rompere i cordoni della polizia e sono entrate nella “zona limitata” dei servizi segreti. Ciò è reso in modo agghiacciante e convincente: una coppia di rumorosi spari, un uomo cade a terra tra il caos e le urla, una limousine che parte sgommando verso il più vicino ospedale.

Posso affermare con una certa autorevolezza che la raffigurazione che Range fa del movimento contro la guerra è piuttosto debole e pretendere che una dimostrazione dalle 10.000 alle 12.000 persone per una visita presidenziale sia una grande protesta è senza senso. (Ci sono state almeno due marce pacifiste negli Stati Uniti fin dal 2003 che hanno attirato più di 500.000 persone, probabilmente molto più grandi di ogni altro evento comparabile dal tempo del Vietnam). Ma non è del tutto errato sostenere che una sparuta minoranza piena d’odio esista all’interno del movimento pacifista ed è senza dubbio vero che il peso dell’applicazione della legge si abbatterebbe con durezza su anarchici, radicali e anticonformisti in un futuro disastro nazionale del livello dell’11 settembre, come accade qui.

Ma chi è stato veramente? L’assassinio è opera di agitatori pacifisti dell’ala sinistra, di una cospirazione di Al-Qaida e di vari gruppi di Stati del Male (come vuole affermare l’amministrazione di Cheney), di un pazzo insoddisfatto senza l’appoggio di nessuno o di qualcun altro? Il “chi è stato” di Range è ragionevolmente ingegnoso, anche se la maggior parte degli spettatori capirà subito che l’ingegnere informatico d’ origine siriana che è immediatamente arrestato è la persona sbagliata. Ma non è questo mistero il vero argomento di Death of a President. Range ha una meravigliosa abilità con i cliché e le convenzioni dei notiziari- commentari della TV e il tono di elegia dolorosa che qui fa vibrare è sia convincente che – credetemi, sono sconvolto a scriverlo – commovente.

Range utilizza elementi del funerale di stato di Ronald Reagan per i suoi scopi, redigendo perfino l’oratoria funebre che Dick Cheney pronunciò in quell’occasione, così che essa appare quella del nuovo presidente in lutto per il predecessore venuto a mancare. Non credo che ciò renderà i critici conservatori del film più contenti, ma questo mi ha costretto a considerare certe cose di George Bush che di solito non mi va di affrontare. Guardare questo film alla fine del 2006, quando Bush è già “morto” in senso politico – un presidente ancora in carica ma sfiduciato, che forse perderà la maggioranza al congresso – produce un particolare e doloroso pathos.

Mi trovo d’accordo sia con i dimostranti che odiano Bush sia con Cheney, e se interpreto bene il film, Range ci invita a fare quel bizzarro salto d’immaginazione. Bush è stato in parte responsabile della storica decimazione della Costituzione americana e di una guerra inutile che ha causato centinaia di migliaia di morti, ma lo ha fatto perché uomo di una profonda convinzione morale e di intelligenza erroneamente stimata che credeva certamente di fare la cosa migliore per il futuro del suo paese. Se l’assassinio di Bush portasse l’America, come nel film, ancora più vicino a diventare uno stato di polizia, non sarebbe questa una realizzazione della sua visione e quella di molti altri nostri concittadini?

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