ZODIAC di David Fincher

Due ore e mezza d’ossessione. Personaggi, regista e messa in scena stessa. Tutto intriso d’ossessione. Il tempo scorre lento si, ma inesorabile. Consumante. Zodiac ha terrorizzato la zona di San Francisco per anni tra la fine dei sessanta e i primi settanta. Ha diffuso la paranoia e dato voce a migliaia d’esaltati che si prendevano il “merito” dei suoi atti. Un male che non ha schemi, spiegazioni e ragione. Nulla del romanticismo che da anni ammanta le figure cinematografiche dei serial killer. Intriganti messaggi in codice, decifrati da due vecchi professori qualunque, si rivelano semplici atti di megalomania senza un seguito. Un killer che non verrà mai arrestato. 5 vittime effettive e altre 37 rivendicate senza prova. Quanto basta per far si che un bambino chieda al padre perché il suo scuolabus veniva scortato dalla polizia. Quel bambino era David Fincher che firma con questo film il suo lavoro migliore.
Un film su d’un serial killer che ricorda più Tutti gli uomini del presidente che Seven (per restare su Fincher). Una vicenda che riguarda più le vittime indirette che le persone assassinate. Tre vite che vengono sconvolte. Quella di poliziotto, di un reporter e di vignettista. Consumati dal caso che stanno esaminando, le loro vite ne vengono stravolte. Sono questi i tre protagonisti del film e della vera storia ricostruita meticolosamente e filologicamnete. I personaggi sono completamente assorbiti e scivolano sulla quella sottile linea che trascina dal lavoro alla fissazione. Questo spettro è ancora oggi senza nome ne volto. L’ossessione morde.
È difficile scrivere di questo film come è difficile vederlo. Fincher ha dimostrato con tutti i suoi lavori di fare un uso molto particolare della m.d.p. che crea spazi piuttosto che sfruttarli siano essi fisici o metaforici. Ha la capacità di filmare anche l’infilmabile (Palahniuk), d’invadere spazi sicuri e canonici infilandosi in ogni anfratto sia fisico che mentale (Panic room) di visualizzare l’eccesso e le proiezioni mentali (Seven). In questa prova sembra essere più misurato nello stile ma in realtà è lo spazio mentale e del racconto che rielabora. Basta sapere che ha girato, dove gli era possibile, sugli stessi luoghi e negli stessi giorni dove le vere vicende si sono svolte. Il processo di visualizzazione dell’ossessione comincia quindi a monte dell’immagine, già nella genesi di essa come se l’ossessione fosse già nella m.d.p. digitale usata per il film. Dilata e restringe i tempi, Passano anni in secondi e secondi che sembrano interminabili. Fincher non è mai stato così radicale nella messa in scena.
Un film bello e intenso, molto più difficile e impegnato di tanti prodotti che vengono spacciati come d’essai e di fatti meritatamente in concorso a Cannes.
Dalle indagini si è sicuri che Zodiac fosse un cinefilo e se l’ipotesi sulla sua identità formulata nel film non è esatta magari potrebbe essere in qualche sala a vedere le sue gesta ancora una volta riportate sul grande schermo.

P.s. Sempre restando in tema di serial killer vi consiglio di vedere un film finalmente uscito anche per il mercato homevideo italiano. Si tratta di un capolavoro coreano del regista Bong Joon-Ho Memories of muerder

Una Risposta

  1. grandissimo

    sia il film che la recensione

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