4 MESI 3 SETTIMANE 2 GIORNI e 113 minuti di grande cinema e sofferenza.

Escono dalla sala gremita senza parole gli spettatori che ieri hanno “partecipato” alla proiezione del film di Mungiu. Si, partecipato è il termine più appropriato. Perché non hai possibilità di scelta. Come la giuria di Cannes non ne ha avuta assegnandoli il massimo premio. Il problema di fronte a film come questo per chi come me tenta di dare un aiuto e anche un giudizio a futuri spettatori è di riuscire a spiegare a parole qualcosa che è puramente visivo e emozionale. Tuttavia tenterò.

Comincia con una data: 1987. Noi sappiamo che la Romania è sotto dittatura comunista ma il regista non ne fa accenno. Non gli serve. Non gli servono le parole. Come solo un bravo cineasta sa fare, sfrutta l’immagine e la tecnica per comunicare il senso d’oppressione e paura. Non è solo la scenografia a mostrare la miseria ma anche la stessa macchina da presa con il suo incedere lento e insistito. Logorante. Come l’oppressione politica. Come l’aborto. Due amiche organizzano un aborto clandestino per una di loro. La piccola storia di due anonime ragazze in un’anonima città, una piccola storia fatta di piccoli dettagli e di enormi orrori. Senza autocompiacimento e velleità da pamphlet storico-politico. In questo è la sua forza politica. In questo v’è la forza maggiore del film. Nel suo essere un film prima di tutto sui personaggi e in particolare su quello di Otilia, ritratto femminile difficilmente dimenticabile. Mingiu concepisce il film in lunghe inquadrature in cui è sempre presente e centrale la figura umana, non l’abbandona mai, abolisce il controcampo e inchioda gli attori in lunghi e quasi insostenibili quadri sofferenti. Inquadrature fisse, sapienti piano sequenza e tratti di macchina a mano che ci avvicinano ai personaggi senza paura di mostrare tutte le atrocità, comprese le procedure per l’aborto con tutte le loro “scientifiche” tappe. Non è manierismo alla “Dogma” ma sofferta partecipazione. Altrimenti ci avrebbe mostrato gli abusi subito dalle ragazze invece di lasciarle in un più drammatico fuori campo.
Al centro della vicenda non è, come si potrebbe immaginare, la giovane che deve subire l’aborto e il conseguente trauma ma la sua amica Otilia (un’eccellente Anamaria Marinca). È lei al centro di quasi tutte le inquadrature, compresa l’agghiacciante cena dai genitori del suo ragazzo dove è costretta ad assistere impotente alle conversazioni qualunquiste di professionisti snob, mentre la sua amica distesa, sola sul letto di un albergo attende di espellere il feto.
Vorrei riprendere per una volta un detto popolare ossia che il buon giorno si vede dal mattino. Se la stagione cinematografica comincia con questa straordinaria pellicola e una commedia possiamo sperare in un buon anno di cinema. Altrimenti di questa cosa ne parleremo più.

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