IO NON SONO QUI. UN VERO LEONE D’ORO

Mi chiedevo, prima di vedere il film, perché alcune persone uscissero dalla sala con un’espressione quasi stranita. Toddd Hayness è decisamente un regista interessante e questo progetto sulla carta è molto più che stimolante. Poi sono entrato e la meraviglia mi ha investito. Ecco perché tante persone stupite. In un periodo in cui al cinema escono con successo molte granitiche biopic forse la gente si aspettava un racconto “vagamente” poetico sulla vita del più famoso folksinger americano. Io sapevo che non era così ma non sapevo anche cosa aspettarmi di preciso. E sicuramente “I’m not there” stravolge qualsiasi aspettativa. Prima di continuare devo fare una doverosa ammissione. Di Dylan io non conosco bene le vicende personali e di lui ho un solo disco, quindi qualche gemma del film sarà sicuramente passata invisibile ai miei occhi. Ma questo non mi fermerà dal sostenere sia con la voce che con le parole, che mi sono trovato dopo 135 minuti di fronte ad un grandissimo film!<!–moreQuasi una metafora più che un’agiografia, la pellicola restituisce le personalità e le fasi creative di Dylan riuscendo nella difficile impresa di mettere al centro l’arte e non il personaggio. Sei attori, tra cui un ragazzo di colore e una donna (assoluta Cate Blanchett che, come ha commentato Ghezzi, avrebbe avuto diritto a vincere il premio come migliore interprete maschile), nessun dei quali si chiama Bob Dylan ma tutti lo sono. Diversi registri stilistici che contribuiscono alla forza evocativa delle sei interpretazioni. Operazione concettuale e difficilissima, ma lasciatemelo dire riuscitissima. Questo è cinema con la C maiuscola. Nel senso che sfrutta tutta la potenza poetica e demiurgica del mezzo. Non si limita a narrare ma usa i suoi strumenti come significanti. Non è facile recentemente trovare opere di tale compattezza e sperimentalismo (concedetemi il termine non perché operazioni del genere non si siano mai viste ma ci vuole sempre una dose di coraggio e passione per proporle soprattutto in una grossa produzione americana).
Un film-progetto con una sceneggiatura complessa che ha sicuramente richiesto un gran lavoro di semina e coltura attenta, ma che ha fatto poi sbocciare un fiore, tanto particolare quanto cresciuto con amore.
Quando le radici di un albero crescono neanche il cemento riesce a controllarle e si formano crepe e rotture, così l’amore indubbio di Hayness per Dylan era talmente radicato che l’unico modo per rendergli giustizia era sradicare le convenzionali strutture della narrazione biografica per fare del personaggio arte. E in questo caso l’albero è cresciuto sano, assai ramificato e splendido!

P.s. Mi riservo di completare queste righe con altre parole in un prossimo futuro, quando una seconda visione e un maggiore distacco mi permetteranno di elaborare una discussione più sistematica sulla pellicola.

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