GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA – ARRIVANO I NOSTRI!

gli-amici-del-bar-margherita02Per una volta mi azzardo a raccontare il punto d’ arrivo di Gli amici del bar Margherita di Pupi Avati, anche se vi lascio il piacere di scoprire da soli i finali delle storie che si snodano in questo film apparentemente senza trama. Parliamo del contenitore, dell’ ostinato tentativo di Pierpaolo Zizzi che vuol farsi accogliere nel clan. Svelto e simpatico, ma anche un po’ canaglia come confessa di essere stato alla sua età l’ autore, il giovinetto ce la fa ed è pronto a figurare nella rituale foto di gruppo dei clienti del bar. Ma al momento dello scatto si mette invece accanto al fotografo e risponde all’ appello dei compagni dicendo: «E’ più bello da qui». Se ci fosse un premio per la più significativa battuta del cinema italiano d’ oggi non si potrebbe scegliere meglio. Si tratta della sintesi, intensa e poetica, di un atteggiamento che sposa il culto delle memorie alla tenerezza e al pragmatismo; e comporta una distanziazione che autorizza perfino qualche sfumatura di crudeltà. Sulle prime, è vero, il film sembra cercarsi nei frammenti, negli appunti, nelle cose viste. Non a caso vi figura un tipetto con la cinepresa che coglie al volo atteggiamenti, abitudini, tic della ganga. Poi, al punto giusto, maturano i racconti. Una passione senile di nonno Gianni Cavina per la maestra di pianoforte Luisa Ranieri, pazzie varie dell’ erotomane Luigi Lo Cascio piazzista di macchine rubate, il sogno dell’ aspirante cantautore Fabio De Luigi di approdare a Sanremo, il progetto matrimoniale del timido Neri Marcoré sconvolto dall’ innamoramento per l’ entraineuse Laura Chiatti… Ma a cercare, fra spunti e accenni, si pesca dell’ altro al seguito dell’ autorevole capotribù e «stecca» infallibile Diego Abatantuono, o della madre vedova Katia Ricciarelli, o magari di qualcun altro che transitando rapido lascia il segno tra bravate e scherzacci. Ogni volta alla vigilia di un nuovo film di Avati gli fa da battistrada il romanzo (Mondadori) in cui lo stesso autore l’ ha accuratamente premeditato. Leggerlo o vedere prima il film? Comunque si decida, una cosa non sostituisce l’ altra. Piuttosto c’ è da chiedersi come mai i critici letterari, potendo godere della priorità, non prendano nella giusta considerazione queste pagine. Che vivono di vita propria; e presentano un regista il quale (rara avis in una categoria che allo scrivere preferisce far scrivere) sa cos’ è un romanzo. Ricco di invenzioni, personaggi e storie di vita, Avati sembra a volta l’ emulo del compianto Piero Chiara, cioè il narratore nato che fra ricordi e invenzioni scorre beato come un rubinetto aperto. Ho lavorato con Chiara, conosco Pupi e posso assicurare che si assomigliano; ma sono tuttavia molto diversi e non si possono confondere. Ho frequentato molto Fellini e di nuovo posso garantire che le affinità elettive con Avati ci sono e come. Non a caso qualcuno, per il momento scherzando, lo ha battezzato Federico Secondo. E sarà fatale che la critica accosti la felsinea via Saragozza alla Rimini dei Vitelloni (tutte e due reinventate altrove, Bologna addirittura a Cuneo). Ma le differenze si avvertono. Fellini se ne andò dalla città nativa prima di potersi unire ai vitelloni, tutti più grandi e adusi a far parte per se stessi; Pupi si imbrancò invece nella cerchia che rievoca, pur considerandosi il testimone «fuori dalla foto». E poi il film riminese è metastorico, si svolge in un tempo non identificato o addirittura al presente, mentre Gli amici del bar Margherita è agganciato a una data precisa, il 1954. Chi c’ era la riconoscerà, chi è venuto dopo visiterà un periodo della nostra storia in cui si era passati dalla miserie del dopoguerra all’ alba della dolce vita. Aleggia, fra quel bancone del bar e il biliardo, anche un non so che di Proust.

Tullio Kezich da Il Corriere della Sera

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